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Anca · Chirurgia di revisione

Quando una protesi d'anca si infetta

L'infezione periprotesica colpisce circa l'1% delle protesi d'anca. È poco, ma è la complicanza che più di ogni altra cambia il percorso del paziente: gli antibiotici, da soli, non bastano quasi mai.

La revisione di protesi d'anca è il reintervento con cui si sostituisce, in tutto o in parte, un impianto che ha smesso di funzionare. Le cause principali sono la mobilizzazione delle componenti, l'usura dei materiali, la lussazione ricorrente, la frattura periprotesica e l'infezione. È una chirurgia più complessa della protesi primaria: richiede pianificazione dedicata, impianti specifici e, nelle infezioni, un percorso in due tempi.

Una protesi d'anca ben impiantata funziona per venti, trenta anni e oltre. In una minoranza di casi, però, qualcosa si rompe nell'equilibrio tra impianto e osso. Le cause sono poche e ben identificate.

L'infezione è oggi la seconda causa di revisione — ed è l'unica in crescita.
L'infezione è oggi la seconda causa di revisione — ed è l'unica in crescita.Analisi dei registri protesici di sette Paesi, Arch Orthop Trauma Surg 2024
  • Mobilizzazione asettica — l'impianto perde la fissazione all'osso, senza infezione. È ancora la causa più frequente, anche se in calo grazie ai materiali moderni.
  • Infezione periprotesica — batteri che colonizzano la superficie della protesi. È di questa che parla il resto della pagina.
  • Lussazione e instabilità — la testa protesica esce dalla sua sede in modo ripetuto.
  • Frattura periprotesica — l'osso si rompe attorno all'impianto, quasi sempre dopo una caduta.

Il biofilm: perché gli antibiotici da soli non bastano

I batteri che si depositano sulla superficie di una protesi non restano isolati: costruiscono una matrice che li avvolge e li protegge. Dentro il biofilm rallentano il metabolismo, diventano fino a mille volte meno sensibili agli antibiotici e si sottraggono al sistema immunitario.

Finché la protesi resta in sede, resta anche il biofilm. È la ragione biologica per cui un'infezione periprote
Finché la protesi resta in sede, resta anche il biofilm. È la ragione biologica per cui un'infezione periprotesica cronica non guarisce con la sola terapia antibiotica.

La regola fondamentale

In un'infezione periprotesica cronica non si cura l'infezione lasciando l'impianto. Si rimuove tutto il materiale protesico, si bonifica l'osso, si tratta con antibiotici mirati e solo dopo si ricostruisce. Ogni scorciatoia si paga con una recidiva.

Il germe e la diagnosi

I germi più frequenti non sono batteri aggressivi: sono commensali della pelle.
I germi più frequenti non sono batteri aggressivi: sono commensali della pelle.Casistiche di centri di riferimento su oltre 400 infezioni periprotesiche, Diagnostics 2022

Lo Staphylococcus epidermidis, il più comune in assoluto, provoca infezioni lente e sorde, che possono manifestarsi anni dopo l'intervento con il solo dolore e con esami del sangue quasi normali. È proprio questa mitezza apparente a renderlo insidioso: spesso viene scambiato per una mobilizzazione asettica.

Come si arriva alla diagnosi

  • Esami del sangue — VES, PCR, conta leucocitaria. Nelle infezioni croniche da germi poco virulenti possono essere normali.
  • Artrocentesi — prelievo del liquido articolare: conta cellulare, formula e colture prolungate (almeno 14 giorni).
  • Imaging — radiografie seriate per documentare la mobilizzazione, TC per mappare la perdita ossea.
  • Colture intraoperatorie — prelievi multipli e sonicazione dell'impianto: il momento in cui il germe viene isolato con certezza.

Quanto osso è rimasto

Rimuovere una protesi significa quasi sempre perdere osso. Prima di ricostruire bisogna sapere quanto ne resta e dove: è questa mappa a stabilire su quale porzione di femore il nuovo stelo potrà trovare la sua presa.

Nei difetti lievi si può usare uno stelo simile a quello di una protesi primaria. Nei difetti gravi il femore
Nei difetti lievi si può usare uno stelo simile a quello di una protesi primaria. Nei difetti gravi il femore prossimale non offre più appoggio: serve uno stelo lungo che prenda sull'osso sano della diafisi.

La revisione in due tempi

Di fronte a un'infezione cronica, la strategia di riferimento è la revisione in due tempi: si rimuove tutto, si sterilizza l'ambiente, e solo quando l'infezione è spenta si ricostruisce. Sono due interventi separati da alcuni mesi, ed è il percorso con le maggiori probabilità di guarigione definitiva.

I quattro momenti del percorso, dallo stato di partenza alla ricostruzione definitiva.
I quattro momenti del percorso, dallo stato di partenza alla ricostruzione definitiva.
Dalla diagnosi alla protesi definitiva passano in media 3–6 mesi.
Dalla diagnosi alla protesi definitiva passano in media 3–6 mesi.

Perché non si fa tutto in un tempo solo

La revisione in un tempo unico esiste ed è indicata in casi selezionati: germe noto e sensibile, buon osso, paziente in buone condizioni, assenza di fistole. Ma quando il germe è resistente, l'osso è compromesso o la diagnosi è arrivata tardi, i due tempi restano la scelta più sicura. È una decisione che si prende caso per caso, insieme all'infettivologo.

Una protesi infetta, passo per passo

Caso clinico

Paziente portatore di protesi totale d'anca da anni. Comparsa di dolore persistente e progressiva limitazione funzionale. Gli accertamenti — esami ematici, artrocentesi con esame colturale — hanno posto diagnosi di infezione periprotesica cronica da Staphylococcus epidermidis.

Germe isolato
Staphylococcus epidermidis
Strategia
Revisione in due tempi
Impianto finale
Stelo conico modulare
Radiografia preoperatoria
Radiografia preoperatoria: protesi totale d'anca in sede.

Il quadro di partenza

La radiografia mostra la protesi in sede, con lo stelo femorale e il cotile fissato con vite. Il quadro radiografico da solo non basta mai a distinguere un'infezione da una mobilizzazione asettica: è la microbiologia a fare la diagnosi.

Il germe isolato è lo Staphylococcus epidermidis: un batterio della flora cutanea, poco aggressivo ma eccellente costruttore di biofilm. Tipico delle infezioni tardive, silenti, con indici infiammatori spesso poco alterati.

La decisione: infezione cronica su impianto ben integrato → indicazione alla revisione in due tempi.

Spaziatore antibiotato
Spaziatore in cemento antibiotato dopo la rimozione dell'impianto; l'osteotomia trocanterica è stata rifissata con cerchiaggi.

1° tempo — rimozione, osteotomia e spaziatore

Nel primo intervento viene rimosso tutto il materiale protesico e asportato il tessuto infetto. Lo stelo era saldamente integrato nell'osso: per estrarlo senza distruggere il femore è stata eseguita un'osteotomia trocanterica estesa.

Il femore viene aperto longitudinalmente come un libro, sollevando un ampio frammento osseo che rimane vascolarizzato e connesso ai muscoli. Questo consente di raggiungere lo stelo, il cemento e il tessuto infetto lungo tutto il canale. A fine intervento il frammento viene richiuso e fissato con cerchiaggi metallici, ben visibili in radiografia.

Al posto della protesi viene collocato uno spaziatore in cemento caricato con antibiotico: rilascia il farmaco ad alta concentrazione proprio dove serve, mantiene lo spazio articolare e la lunghezza dell'arto, e consente un carico parziale nell'attesa.

L'intervallo tra i due tempi

Segue una terapia antibiotica mirata sul germe isolato, condotta insieme all'infettivologo, per un periodo che va tipicamente dalle 6 alle 12 settimane. Il secondo intervento si esegue solo quando gli indici infiammatori si sono normalizzati e non ci sono più segni clinici di infezione. Non è una scadenza fissa: è il paziente a dire quando è pronto.

Protesi da revisione
Impianto definitivo: stelo conico modulare a fissazione diafisaria e cotile da revisione.

2° tempo — la ricostruzione

A infezione spenta, lo spaziatore viene rimosso e si impianta la protesi definitiva da revisione: uno stelo conico modulare a fissazione diafisaria, accoppiato a una componente acetabolare da revisione.

  • È conico e scanalato — si incunea nell'osso della diafisi e ottiene una stabilità immediata, senza cemento
  • È modulare — il chirurgo assembla in sala la lunghezza, l'offset e l'antiversione più adatti a quel femore
  • Prende in basso — scavalca la porzione di femore danneggiata dall'infezione e dalla rimozione, appoggiandosi sull'osso sano più distale

Il percorso in tre immagini

Prima
Prima — protesi infetta
Primo tempo
1° tempo — spaziatore
Secondo tempo
2° tempo — revisione

Che cosa aspettarsi, con onestà

I numeri
Tre numeri da conoscere prima di iniziare il percorso.
Tre numeri da conoscere prima di iniziare il percorso.Casistiche multicentriche su revisione in due tempi, osteotomia trocanterica estesa e steli conici modulari (2014–2022)

La revisione in due tempi per infezione periprotesica dell'anca guarisce l'infezione in circa nove pazienti su dieci. È un ottimo risultato per una complicanza che, fino a pochi decenni fa, significava spesso la perdita definitiva dell'articolazione.

Ma va detto con chiarezza: è un percorso lungo e impegnativo. Richiede due interventi maggiori, mesi di terapia antibiotica, una riabilitazione paziente. La funzione finale è quasi sempre buona, ma non è la stessa di una protesi primaria: l'osso è meno, i muscoli hanno sofferto, il recupero è più lento.

~1%
le protesi d'anca primarie che vanno incontro a infezione
88–91%
l'infezione guarita dopo una revisione in due tempi
3–6 mesi
la durata media dell'intero percorso, dalla diagnosi alla protesi definitiva

Cosa fa la differenza sul risultato

Un germe sensibile agli antibiotici, un osso ancora in buone condizioni, un paziente senza comorbilità importanti e — soprattutto — una diagnosi precoce. Le infezioni polimicrobiche e i germi resistenti raddoppiano il rischio di recidiva.

Cinque cose da portare a casa

La sintesi
01

Il dolore che torna non è mai «normale»

Una protesi che ha funzionato per anni e poi comincia a fare male va studiata. L'infezione va esclusa attivamente.

02

Gli antibiotici da soli non bastano

Finché la protesi è in sede, il biofilm protegge i batteri. Chirurgia e antibiotici funzionano solo insieme.

03

Due tempi non è due volte il rischio

Significa fare le cose nell'ordine giusto: prima spegnere l'infezione, poi ricostruire.

04

La prevenzione conta più della tecnica

Cura dei denti, delle infezioni urinarie e cutanee, compenso del diabete, non fumare.

L'osteotomia trocanterica estesa è uno strumento, non un danno

Serve a togliere un impianto ben fissato senza distruggere il femore. Consolida in oltre il 90% dei casi e non aumenta il rischio di reinfezione. È il modo di rispettare l'osso, non di sacrificarlo.

Domande frequenti

Come faccio a sapere se la mia protesi è infetta?

Il segnale più comune è il dolore che ricompare dopo un periodo di benessere, spesso con una progressiva difficoltà a camminare. Non sempre c'è febbre, e gli esami del sangue possono essere quasi normali. La diagnosi si costruisce mettendo insieme clinica, radiografie e — soprattutto — l'esame colturale del liquido articolare.

Non si può curare l'infezione lasciando la protesi al suo posto?

Solo in casi molto particolari: infezione acuta, insorta da pochi giorni o poche settimane, impianto ben fissato. Nelle infezioni croniche il biofilm rende questa strada quasi sempre destinata al fallimento.

Come si vive nei mesi con lo spaziatore?

Con qualche limitazione, ma si cammina. Lo spaziatore mantiene la lunghezza dell'arto e consente in genere un carico parziale con l'aiuto di stampelle. È il tempo che serve all'antibiotico per fare il suo lavoro.

Si può prevenire?

In buona parte sì. Prima: compenso del diabete, cura di infezioni dentarie, urinarie o cutanee, sospensione del fumo. Dopo: non trascurare le infezioni, anche banali, e segnalarle sempre.

Quando non c'è infezione: due casi

Casi clinici

La maggior parte delle revisioni non nasce da un'infezione. I due casi che seguono sono fra i più frequenti nella pratica quotidiana e condividono lo stesso punto di partenza: l'impianto ha funzionato bene per anni, poi si è consumata la superficie su cui le due componenti scorrono l'una sull'altra. Ciò che cambia è il materiale che si consuma — e la reazione che i detriti provocano nell'osso.

Caso 1 — metallosi

Reazione ai detriti metallici

Quando l'accoppiamento articolare si logora, libera nei tessuti circostanti micro-particelle metalliche. L'organismo non riesce a eliminarle e reagisce con un'infiammazione cronica: la membrana attorno alla protesi si ispessisce e l'osso che sostiene l'impianto viene progressivamente riassorbito. È la metallosi.

I sintomi sono spesso sfumati e tardivi — dolore profondo all'inguine o alla coscia, senso di cedimento, difficoltà crescente nel camminare — e possono comparire molti anni dopo l'intervento. Proprio perché il quadro è silenzioso a lungo, quando il paziente arriva all'osservazione la perdita ossea può essere già considerevole.

Radiografia prima dell’interventoRadiografia dopo l’interventoPrimaDopo
Trascina la maniglia: prima ↔ dopo la revisione. La coppa è stabilizzata con viti dedicate.

La revisione richiede tre passaggi: rimuovere l'impianto e tutto il tessuto reattivo, che va asportato con cura perché è la sede della reazione infiammatoria; ricostruire l'osso mancante; reimpiantare componenti che trovino una presa solida sull'osso residuo. Nel caso illustrato la nuova coppa è stata stabilizzata con viti dedicate, che le garantiscono un ancoraggio immediato mentre l'osso ricresce sulla sua superficie.

Perché conviene non aspettare

Il tessuto reattivo continua a consumare osso finché l'impianto resta in sede. Ogni mese di attesa è osso in meno su cui costruire la nuova protesi: intervenire prima significa una ricostruzione più semplice e un risultato funzionale migliore.

Caso 2 — usura del polietilene a vent'anni

Il caso

Fra la testa protesica e la coppa c'è un inserto in polietilene che fa da cuscinetto: è la parte destinata a consumarsi per prima. Man mano che si assottiglia, la testa smette di stare al centro della coppa e risale verso l'alto. Sulla radiografia il segno è diretto e riconoscibile: la sfera non è più concentrica rispetto al suo alloggiamento.

È quello che mostra la lastra sotto carico di questo paziente, portatore di protesi bilaterale impiantata circa vent'anni prima. L'anca destra è ancora regolare; a sinistra la testa è chiaramente risalita.

Radiografia sotto carico: usura dell'inserto in polietilene dell'anca sinistra
Radiografia sotto carico. Sull'anca sinistra la testa protesica non è più centrata nella coppa: è il segno dell'usura dell'inserto in polietilene.
Planning digitale preoperatorio della revisione d'anca
Planning digitale: diametro e inclinazione della coppa, lunghezza e diametro dello stelo, offset femorale — tutto deciso prima dell'intervento.

Il planning preoperatorio: decidere prima, non in sala

Prima di entrare in sala operatoria l'intervento viene disegnato sulla radiografia. Sulle sagome digitali degli impianti si sceglie la misura di ogni componente e si verifica, millimetro per millimetro, che il risultato ricostruisca il centro di rotazione dell'anca, l'offset femorale e la lunghezza dell'arto.

  • Nessuna sorpresa in sala — le misure sono già decise e verificate; durante l'intervento si controlla che il risultato corrisponda al progetto, non lo si improvvisa.
  • Gambe della stessa lunghezza — la differenza di lunghezza fra i due arti è una delle cause più frequenti di insoddisfazione dopo una protesi d'anca, e si previene esattamente qui.
  • Meno tempo chirurgico — con la misura giusta già individuata si riducono i tentativi, e con essi la durata dell'intervento.
  • Materiale pronto — si sa in anticipo quali impianti serviranno e quali alternative tenere disponibili in sala.

In una revisione il planning pesa ancora di più che in un primo impianto: bisogna prevedere quanto osso manca, su quale porzione il nuovo impianto troverà la sua presa e se serviranno componenti da revisione o innesti ossei.

Radiografia prima dell’interventoRadiografia dopo l’interventoPrimaDopo
Trascina: la testa torna centrata nella coppa — il centro di rotazione è ripristinato.

Il messaggio per il paziente

L'usura del polietilene è silenziosa: procede per anni senza dare sintomi, e quando il dolore compare il danno all'osso è già avviato. Per questo una protesi d'anca va controllata radiograficamente anche quando funziona bene. Intercettata in tempo, si risolve sostituendo la coppa e l'inserto, senza toccare lo stelo femorale ben fissato: un intervento molto più contenuto di una revisione completa.

Le fonti

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  2. McNally M, et al. The EBJIS definition of periprosthetic joint infection. Bone Joint J. 2021;103-B(1):18–25.
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  6. Petis SM, et al. Two-stage exchange protocol for PJI following THA in 164 hips. J Bone Joint Surg Am. 2019;101(1):74–84.
  7. Abdel MP, et al. Extended trochanteric osteotomy in revision THA: contemporary outcomes of 612 hips. J Bone Joint Surg Am. 2021;103(2):162–73.
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Le illustrazioni sono schemi originali. I grafici riportano dati pubblicati nelle fonti citate, rielaborati per la comunicazione al paziente; alcuni valori sono arrotondati. Le immagini radiografiche appartengono a un caso clinico reale e sono pubblicate in forma anonima, prive di qualunque dato identificativo. Questa pagina ha finalità informative e non sostituisce la valutazione clinica specialistica.

PL
Dott. Pierattilio Lupi
Specialista in Ortopedia e Traumatologia

Laureato in Medicina e Chirurgia e specializzato con lode in Ortopedia e Traumatologia all'Università degli Studi di Parma. Responsabile dell'Unità Operativa di Ortopedia e Traumatologia della Casa di Cura Figlie di San Camillo a Cremona, si occupa di chirurgia protesica di anca, ginocchio e spalla, chirurgia di revisione e allineamento personalizzato nella protesi di ginocchio. Riceve in cinque sedi fra le province di Cremona, Piacenza e Lodi. Profilo completo →

Iscritto all'Ordine dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Provincia di Cremona, n. 2707
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